Da quando mi sono trasferita in Italia, tre anni fa, mi sono resa conto di una cosa: il mio modo di parlare spagnolo è incomprensibile praticamente per chiunque.
Non per i cubani, ovvio. Ma per tutti gli altri (latinoamericani inclusi) il cubano è una lingua a parte. Veloce, troncata, piena di parole che non trovi su nessun dizionario. La prima volta che ho provato a spiegare cosa significa asere a una mia amica milanese, mi ha guardata come se parlassi marziano.
Quindi eccomi qui. Vi spiego io, che ci sono cresciuta, le parole che sentirete per strada all’Avana, e che probabilmente non capirete senza una guida.

Le parole più usate nello slang cubano.
Asere — non è solo una parola, è uno stile di vita.
Asere è la parola più cubana che esista. Punto.
La usi per salutare un amico, per chiamare qualcuno di cui non ricordi il nome, per riempire una pausa nel discorso, per esprimere sorpresa. A casa mia si diceva asere almeno quaranta volte al giorno, e non è un’esagerazione.
“Asere, ¿qué bolá?” = più o meno “amico, tutto bene?”
L’origine è africana, legata alle lingue Yoruba portate dagli schiavi. Ma crescendoci non ci pensi mai, è semplicemente la parola con cui inizi quasi ogni frase.
Quando l’ho usata per la prima volta con una persona italiana, mi ha chiesto se stessi bestemmiando.
¿Qué bolá? — il saluto vero
¿Cómo estás? a Cuba lo diciamo, sì, ma è quasi formale, lo usi con persone anziane o in contesti ufficiali. Tra amici, in strada, con il vicino di casa, il saluto è ¿qué bolá?
Letteralmente significa “che palla?” ma non ha nulla a che vedere con le palle. È solo il modo cubano di dire “come va?”.
Le varianti cambiano a seconda della zona e dell’umore: ¿qué volá?, ¿qué vuelta?, ¿qué es lo que hay?. Mia nonna usava sempre quest’ultima — ¿qué es lo que hay?.
Yuma — e io adesso sono diventata una yuma?
Questa è strana da spiegare ora che vivo fuori.
Yuma indica lo straniero, il forestiero, tipicamente occidentale. Viene probabilmente dal film 3:10 to Yuma, che all’Avana andava di moda negli anni ’50. Quando ero piccola, yuma era “quello che viene da fuori con i soldi e compra tutto”.
Adesso che vivo in Italia… tecnicamente quando torno a Cuba sono un po’ yuma anche io? Non del tutto — la famiglia mi riconosce subito come cubana appena apro bocca, ma c’è uno strano senso di straniamento. Chi vive fuori dall’isola per troppo tempo finisce in una categoria intermedia che non ha ancora un nome preciso.
Resolver — la parola che spiega tutto.
Se dovessi scegliere una sola parola per spiegare Cuba a qualcuno che non c’è mai stato, sceglierei resolver.
In spagnolo standard vuol dire “risolvere”. A Cuba significa qualcosa di più grande: arrangiarsi, inventarsi una soluzione, trovare il modo quando il modo non c’è. È una mentalità, non solo un verbo.
Crescendo l’ho sentita ogni giorno:
“Non c’è corrente? Vamos a resolver.”
“Manca la farina? Resolver.”
“Il motorino si è rotto? Mi sa che bisogna resolver.”
Quando sono arrivata in Italia e ho visto i supermercati aperti fino alle 22 con quattro tipi diversi di pasta di ogni formato, ho pensato: qui non avete mai dovuto resolver niente in vita vostra. Non lo dico come critica, solo come osservazione.
Jinetera / Jinetero — più sfumato di quanto sembri.
Questa la spiego con cautela perché fuori da Cuba viene spesso fraintesa.
Jinetero indica chi si arrangia con i turisti, accompagnandoli, vendendo roba, facendo da intermediario. Tecnicamente il verbo jinetear significa “cavalcare”. Il salto semantico è tutto cubano.
Il punto è che dall’esterno sembra solo un fenomeno di sfruttamento del turismo. Dentro, la storia è molto più complicata. Tante persone con lauree universitarie, medici, ingegneri, hanno fatto i jineteros non per mancanza di dignità ma per necessità reale. L’economia dell’isola ha le sue contraddizioni enormi, e questo ne è il riflesso più visibile.
Non è una cosa di cui andar fieri, ma è una cosa che va capita.
Coger botella — autostop con sistema.
Coger botella è fare l’autostop. Ma a Cuba non è l’autostop avventuroso e un po’ spericolato che si fa in Europa — è un sistema vero e proprio, con punti di raccolta ufficiali lungo le strade principali dove la gente aspetta in fila ordinata.
Da bambina l’ho fatto mille volte con mia madre per andare a trovare mia nonna fuori città. Non avevamo alternative: la guagua era lenta, i taxi costavano troppo. Si aspettava, si saliva sul primo camion o macchina disponibile, si arrivava.
Il gesto per fermarsi è il pugno chiuso con il pollice alzato — “come se tieni una bottiglia”, mi spiegò mia madre la prima volta. Da lì il nome.
Socio / Socia — più caldo di “amico”
Socio in italiano fa pensare subito agli affari, alle società, ai contratti. A Cuba no. È semplicemente un modo affettuoso per rivolgersi a qualcuno, un amico, un conoscente, il tizio al bar che ti ha aiutato a trovare il bagno.
“Gracias, socio”, lo dicevi a chiunque ti facesse un favore, anche minimo.
Uso ancora socia con le mie amiche cubane su WhatsApp. È una di quelle parole che non ho trovato un equivalente italiano soddisfacente. Amica è corretto ma è più freddo. Socia ha dentro qualcosa di più caldo, di più “siamo dalla stessa parte”.
Fula — il dollaro (sempre presente, mai abbastanza).
Fula è lo slang per il dollaro americano. Una parola sempre pronunciata con un misto di desiderio e frustrazione.
Crescendo sapevo benissimo cosa significava avere o non avere fula in casa. La riforma monetaria del 2021 ha cambiato formalmente il sistema, ma la parola è rimasta, e la realtà economica che rappresenta anche.
Guagua — l’autobus che non dimentichi mai.
La guagua (si legge wawa) è l’autobus. Ed è leggendaria.
Sovraffollata, spesso in ritardo, a volte rotta a metà percorso. Ma anche il posto dove sentivi le conversazioni più assurde, dove qualcuno iniziava a cantare e altri si univano, dove la gente si aiutava a tenere le borse o a scendere con i bambini in braccio.
Ho un rapporto nostalgico con la guagua che non riesco del tutto a spiegare. Qui a Milano prendo la metropolitana ogni giorno, efficiente, puntuale, silenziosa. Ma non ci ho mai sentito cantare nessuno.
Tremendo — attenzione alle false amiche!
Questa è una trappola per chi parla italiano: tremendo a Cuba non significa “terribile”. Significa esattamente il contrario, fantastico, straordinario, strepitoso.
“Ese lugar es tremendo” = quel posto è meraviglioso.
Quando ero appena arrivata in Italia e qualcuno usava “tremendo” nel senso negativo, ci mettevo un secondo in più a capire. Le lingue vicine fanno questi scherzi.


Una cosa che non troverete nelle guide sullo slang cubano.
Quello che non si riesce a spiegare bene dello slang cubano è la musicalità. Non sono solo le parole, è il ritmo con cui vengono dette, le pause, le risate in mezzo alle frasi, le metafore improvvisate al volo.
Un cubano che parla è sempre un po’ un poeta e un po’ un comico. È la stessa cultura che ha prodotto la salsa, il son, il reggaeton, quella capacità di trasformare qualsiasi cosa in qualcosa che abbia ritmo.
Imparare qualche parola prima di andare a Cuba è utile. Ma il vero ascolto comincia quando smetti di cercare la traduzione e inizi a sentire la musica sotto le parole. Asere, ¿qué bolá?, adesso sapete cosa rispondere.

3 Risposte
Hola. Soy cubana. Tengo 50 años, 47 viví en Cuba, 27 “cogí botella” y ahora es que aprendo de dónde viene esa expresión… Por el gesto para pedirla, la forma de la mano con el pulgar hacia arriba como si estuviera agarrando una botella… 🤔. Cómo sabe tu mamá!!! Y yo tan cerca de ella y nunca le pregunté 🤦
Molto interessante … Continua ❤️
Molto interessanti… continua ❤️